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L’urdimi istanti

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I CANTI DELLA PASSIONE DI CRISTO
di Alfiero D’Agata

Un’antica tradizione, viva nelle campagne dell’Umbria fino agli inizi degli anni ’60, che vedeva coinvolte le piccole comunità dei paesi e delle case di campagna, consistente nel rievocare in canto i dolori del Cristo torturato e di Maria sua Madre, veniva ripresa ogni anno durante la quaresima e specialmente nel giovedì e venerdì della Settimana Santa.
Questa usanza interessava tutta la regione, da nord a sud, e aveva una larga diffusione in ogni contrada, nelle domeniche di quaresima e durante la Settimana Santa quando il dramma cristiano raggiungeva il momento culminante.
Per l’Umbria traeva origine dal comune sentimento religioso, con le sue radici nel doloroso racconto evangelico, e si ricollegava alle composizioni di Jacopone da Todi sui dolori del Cristo e sullo strazio di Maria evocati con drammatica e coinvolgente intensità nello Stabat Mater Dolorosa, come anche nei canti liturgici, nelle Lamentazioni del profeta Geremia, nel Miserere mei Deus (Salmo davidico 50), nel silenzio delle campane del Venerdi Santo quando il loro suono era sostituito dalle raganelle e dalle battici. Questi strumenti erano costituiti da tavolette di legno con maniglie in ferro che sbattevano su bulloni: col moto rotatorio conferito dalle mani dei bambini che si spostavano per le vie del paese annunciavano l’imminente inizio delle funzioni.
Tutta questa costumanza e trasmissione di memorie, per decenni, sembrava dimenticata, scomparsa, distrutta.
All’indomani del vorticoso processo di trasformazione della società che innescò, tra l’altro, il rifiuto delle tradizioni, ritenute eredità da sopprimere perché retaggio di oscurantismo, di ignoranza medievale, di ingiustizie, si faceva strada da una parte il senso di nostalgico degli anziani, e dall’altra iniziative culturali tese a riscoprire e valorizzare i motivi delle tradizioni folcloriche popolari tra cui quelle dalla forte connotazione religiosa come i Canti della Passione: perché dal profondo, dal cuore della devozione popolare scaturisce il pathos della rievocazione dei dolori del Cristo e di Maria.
Nelle contrade rurali di non pochi decenni fa, nel periodo della Quaresima, specialmente nelle domeniche, cantori popolari accompagnati da pochi strumenti musicali, si spostavano nei borghi, nei pressi di case isolate per intonare il canto della Passione. Si assisteva quasi come a un rito religioso: in una società permeata profondamente dall’esperienza cristiana l’argomento era dettato dalla scadenza liturgica che culminava con la morte di Gesù, e attorno al gruppetto di musicanti si raccoglievano in cerchio donne, bambini, uomini, e tutti in silenzio ascoltavano le parole in canto che narravano gli accadimenti drammatici della flagellazione, del viaggio al Calvario, della crocifissione, della morte di Gesù e rievocavano il dolore straziante della Madonna.
Il gruppo era formato da due o tre persone, talvolta però anche fino a cinque o sei, le quali, al suono dell’organetto o della fisarmonica, della chitarra e del triangolo, perfino del violino che accompagnavano il cantore, con l’immancabile canestrello per la raccolta delle uova e delle offerte, si spostavano di casa in casa, sostando nell’androne, ai piedi delle scale, davanti alla stalla, ovunque si offriva uno spazio frequentato dal vicinato.
Il gruppo si annunciava con un motivo tra allegro e scansonato:

E la Passion de Cristo
tutti la vό cantannanno
le fregne de quist’anno
non sό successe più.

E subito si faceva un piccolo crocchio di bambini, donne e uomini.
Il canto della Passione, fatto di strofe in rima che rievocavano i momenti dolorosi della vita di Gesù, riprendeva e ripeteva canti che si tramandavano nel tempo, anche con nuovi testi quando ogni tanto subentrava un nuovo membro che proveniva da un altro paese. Per questo i canti, generalmente tramandati a memoria, offrivano delle varianti, senza sollevare meraviglia tanto meno stupore perchè il cantore, come gli ascoltatori, erano più attenti al racconto evangelico che al rispetto delle note e della rima. Al tema della passione e morte di Gesù talvolta il cantore integrava il suo repertorio fatto di altre canzoni a tema religioso, o diffuse in altre contrade o per corrispondere alle richieste degli ascoltatori, ed ecco la richiesta della ‘Canzone della Madonna della Stella’ o ‘di Righetto’ che evocava il prodigio dell’apparizione al bambino Righetto Cionchi.
Certo, si riconosceva anche il pregio dell’esecuzione, la voce di Tizio e la fisarmonica di Caio, ma non si badava tanto alla raffinatezza del canto e della melodia degli strumenti: era la drammaticità del tema – la Passione di Cristo – che il sacerdote andava rievocando nelle funzioni religiose e che, riproposta dal popolano cantastorie o stornellatore, prendeva l’animo fino alla commozione, talvolta, come durante le notturne processioni del ‘Cristo Morto’, il venerdì santo.
Il gruppo si ricomponeva anno dopo anno, sempre più affiatato perché si arricchiva nel frattempo dell’esperienza dei festini familiari dove veniva chiamato per canti e danze popolari, mentre altre occasioni di esercizio e miglioramento erano le feste a conclusione dei lavori agricoli: la fine della vendemmia, della raccolta delle olive (La Bonfinita), della scartocciata. Ma erano opportunità importanti anche raduni più affollati, presso isolati santuari come alla Madonna del Poggio. Qui il giorno dell’Ascensione, dopo il momento religioso, negli spazi ombrosi vicino alla chiesa, mentre si consumava il pasto portato da casa niente affatto frugale, di arrosti di pollo, agnello e di coniglio fritto, e mentre tutti al fresco si mangiava e beveva, gli astanti venuti da tutto il circondario, come improvvisati spettatori disposti ad applaudire, si facevano intorno a cantori e suonatori che gareggiavano con stornelli ‘a disfida’, improvvisando botta e risposta al suono della fisarmonica.
Per un certo periodo la tradizione andò affievolendosi fino a scomparire, ma sull’onda di revival generali, anche le canzoni popolari in genere, e in particolare i Canti della Passione hanno ripreso vigore ed è iniziata a diffondersi la formazione di Gruppi “Folk” che ne promuovono il rinvenimento sull’onda della nostalgia o del recupero culturale.
L’Umbria, la Valnerina, tutto il territorio Spoletino, fino a Castel Ritaldi, Montefalco, Campello sul Clitunno, Trevi, Giano dell’Umbria, Bevagna, Gualdo Cattaneo, Spello, non furono estranei al fenomeno nei tempi passati ed ora partecipano al recupero e riscoperta di quelle tradizioni popolari; pertanto alcuni dei nuovi cori hanno integrato il proprio repertorio di canti popolari con quelli della consuetudine quaresimale.Alfiero D’Agata

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