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Carapintada

Buenos Aires, 24 marzo 1976.

Il Generale Videla, a capo della Giunta Militare, si proclama Presidente con un colpo di stato. Dopo neanche sei mesi, sulla riva uruguaiana del Rio de la Plata, si arenano i cadaveri di tre uomini, ammanettati e mutilati. L’Argentina è sotto un regime militare ferreo, che imbavaglia l’opinione pubblica avversa eliminando chiunque si opponga al governo. È questo lo scenario della “Guerra Sporca” che impegnerà l’esercito dal 1976 al 1983 in sequestri, inquisizioni e macabre esecuzioni capitali che prevedevano il lancio in mare di prigionieri vivi da aerei in volo. Adolfo è un ufficiale della marina che eseguirà quegli ordini aberranti nella totale abnegazione all’ideale marziale, passando attraverso il mito nel tentativo di raggiungere l’utopia, nutrendo giorno dopo giorno il conflitto interiore tra il dovere di militare e coscienza di uomo. Se è vero che la civiltà impone una restrizione della libertà, che limite si pone ai mezzi nel raggiungimento del fine? Quale è il confine oltre il quale un eroe di guerra diventa criminale?

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Un viaggio a ritroso nella mente di un protagonista di una delle pagine più brutte e atroci scritte dal genere umano: la Guerra Sucia argentina degli anni Settanta e Ottanta. Questo è “Carapintada – Confessioni sui desaparecidos d’Argentina”, il recital scritto e interpretato dall’attore romano Piero Perilli e realizzato dall’Associazione Culturale Bisse in collaborazione con il Beltango Quintet di Belgrado, noto ensemble di musica argentina.
Il 24 marzo 1976 i soldati argentini rovesciarono il governo di Isabelita Perón e instaurarono la dittatura. Tra propaganda patriottica e una serie di strumenti repressivi disumani volti a mettere a tacere chiunque si opponesse, il regime rimase al potere quasi venti anni lasciando trapelare all’estero poco o nulla di ciò che stava accadendo. Trentamila persone scomparvero nel nulla. Desaparecidos.
Il recital “Carapintada”, patrocinato dall’Ambasciata argentina in Italia, racconta questo periodo della storia sudamericana attraverso il tormento personale di uno di quei soldati. Nella memoria del protagonista (Adolfo) – ufficiale dell’ESMA, il più grande dei Centri Clandestini di Detenzione istituiti dal regime militare – riaffiorano uno ad uno i volti di quei prigionieri che si sono succeduti nelle celle di contenimento e che ora reclamano giustizia direttamente alla sua coscienza (interpretata dalla cantante spoletina Daniela Pupella).
Al termine del suo percorso introspettivo, accompagnato da monologhi recitati e passionali tanghi e milonghe appositamente composti da Claudio Scarabottini, Adolfo si accorgerà impotente di fronte alla possibilità di “lavare il male che ha commesso”. La sua coscienza rimarrà per sempre sporca. Il suo volto sarà sempre quello del carnefice. Esempio negativo, ma necessario affinché ciò che è accaduto non accada … mai più.